Curiosità

L'età dell'oro

  Oro   Sonia Sbolzani

L’esigenza di disciplinare la produzione orafa risale fin all’antichità e si conferma oggi più che mai. In particolare, negli ultimi secoli sono facilmente riscontrabili alcune caratteristiche costanti delle leggi che in Italia hanno regolamentato il settore. La prima legislazione nazionale relativa all’oro e all’argento è datata 1872, ma già a inizio dell’Ottocento si era verificata, sotto la dominazione napoleonica, una sorta di unificazione della normativa, che si estendeva anche ad altri Paesi europei. Tali leggi prevedevano tre titoli dell’oro (920, 840 e 750 millesimi), a cui corrispondevano altrettanti punzoni, quasi identici a quelli dell’argento (un galletto in varie pose e in campi a profilo diverso). Su ogni oggetto erano prescritti tre marchi: quello del fabbricante, quello del grado di finezza del metallo e quello dell’Ufficio di Garanzia.

Queste regole, tuttavia, non appena Bonaparte perse il potere, vennero subito abolite in tutti gli Stati e, nell’attesa di una nuova disciplina, furono reintrodotte le leggi in vigore prima della dominazione francese. Comunque, allorché vennero emanate le nuove norme, nessuno si sorprese per la somiglianza con quelle francesi appena rigettate, che in sostanza erano di buon livello e venivano rispettate pressoché spontaneamente dagli orafi (stabilivano, ad esempio, che nel punzone del fabbricante fosse obbligatorio porre le iniziali del nome, oltre ad un simbolo, per rendere identificabile più agevolmente l’artefice).

Le leggi della Restaurazione erano tese soprattutto a tutelare la bontà dei metalli, ma pure a evitare che i manufatti locali fossero minacciati seriamente dalla concorrenza (tramite l’imposizione obbligatoria della punzonatura). In quella fase di crisi e penuria di liquidità, molte famiglie ed enti sia religiosi sia laici furono costretti a cedere i propri preziosi, prontamente fusi e trasformati in contante. In reazione a ciò, fu in questo periodo che, specialmente in Germania ed in Russia, si diffusero mode curiose, come i gioielli in acciaio, che erano già discretamente apprezzati nel Settecento in Inghilterra. Caduto Napoleone, gli orafi cominciarono ben presto ad imputare ai rispettivi Governi la scarsa tutela della loro professione a favore delle importazioni, oltre all’eccessivo carico di leggi che finivano per rendere poco competitivi gli ori e gli argenti locali.

In generale, esaminando le norme emanate nel corso dei secoli, appare evidente come quelle più rigide e protezionistiche fossero tipiche dei momenti in cui la produzione non si trovava a livelli qualitativi elevati. In tali circostanze, invero, più che di leggi severe, gli orafi avrebbero necessitato di maggiore inventiva e capacità di rinnovamento imprenditoriale. Dobbiamo chiederci, a questo punto, perché la nostra produzione fosse così modesta in quegli anni post-napoleonici. Le ragioni erano molte: se prendiamo l’esempio della Toscana, si andava dalla chiusura delle botteghe granducali per lo scarso interesse del governo lorenese alla contrazione della committenza qualificata. Nella fattispecie, a Firenze vennero meno tutti quegli artisti – francesi, tedeschi e fiamminghi – un tempo espressamente invitati dai regnanti, che avevano contribuito a rinnovare gli schemi creativi delle botteghe cittadine.

“In pratica la storia dell’oreficeria ha dimostrato – scrive la studiosa Dora Liscia Bemporad in “Legislazione orafa in Italia tra Otto e Novecento” (cfr. “Gioielli in Italia”, Marsilio Editore) – che l’improvincialirsi degli orizzonti degli artisti ha sempre prodotto una caduta di qualità e di invenzione. I correttivi legislativi, la tutela del mercato a livello di puro protezionismo, il controllo sui titoli dei metalli nulla possono se i prodotti non tirano dal punto di vista estetico. Un difesa sferrata esclusivamente a suon di norme legislative non ha mai sortito altro effetto se non quello di mortificare ancor di più il mercato”.

Sempre per restare all’esempio fiorentino, le botteghe orafe erano concentrate nella zona di Ponte Vecchio e qui scrupolosamente controllate da ispettori, che vi entravano a sorpresa per verificare l’idoneità dei lavoro; qualora sospettassero frodi nel titolo dichiarato dall’orafo e nell’uso di pietre preziose, avevano facoltà di “sequestrare” gli oggetti e portarli via per approfondire gli accertamenti, i quali consistevano nel completo smontaggio del gioiello. Se si dimostrava l’onestà dell’orafo, gli veniva reso l’oggetto; in caso contrario, questo veniva martellato e reso inservibile. Va da sé come una legislazione così dura, con caratteri quasi vessatori, spingesse gli orafi a protestare ed a richiedere norme che prevedessero controlli e marchi di certificazione, ma altresì la possibilità di basarsi sulla semplice fiducia tra acquirente e venditore (con oggetti vendibili persino senza l’applicazione del punzone di garanzia).

Questa situazione di relativo compromesso traspariva anche dalla sopra citata legge del 2 Maggio 1872, la prima dell’Italia unita, con cui venivano definiti tre titoli per l’oro e altrettanti per l’argento. Non essendo obbligatorio il marchio, le merci estere potevano essere importate e circolare in Italia anche “anonime”. Si preferivano, però, gioielli marchiati, provenienti soprattutto da Paesi in cui il punzone era previsto per legge: Francia, Svizzera, Austria-Ungheria, Russia, Svezia, Portogallo (invece, in Germania, Spagna e Belgio vigeva piena libertà di fabbricazione, così come negli Stati Uniti e in America Latina, mentre in Olanda dovevano essere marcati solo gli oggetti d’oro di titolo elevato e in Inghilterra erano le corporazioni, sotto la sorveglianza del Governo, ad effettuare il controllo degli oggetti di metallo prezioso).

Nel 1892 in Italia, per tentare di arginare le importazioni, veniva presentata in Parlamento una proposta legislativa che prevedeva il ripristino del marchio obbligatorio, a riprova dell’incapacità dei nostri orafi di individuare le vere cause del malessere che agitava il loro mondo. Poi nel 1917 era emanata una legge che istituiva una tassa straordinaria di bollo sulla vendita al pubblico di “gemme, gioielli, perle, vasellami, posaterie d’oro e d’argento, orologi d’oro e in genere sugli oggetti confezionati con metalli preziosi”. In seguito, nel 1922, veniva deciso che gli orafi, compresi quelli stranieri operanti in Italia, dovessero munirsi di una patente rilasciata dall’autorità di pubblica sicurezza: un chiaro segno dell’accoglimento delle istanze di tipo protezionistico dei fabbricanti e commercianti nazionali.

Comunque, l’esigenza di una più puntuale regolamentazione interna era da attribuire specialmente al fatto che la produzione orafa italiana aveva ormai raggiunto un buon livello quantitativo, approfittando della debolezza competitiva della Germania, a terra dopo la sconfitta bellica. Intanto, si andava trasformando anche il tessuto produttivo italiano, che sempre più passava da artigianale-familiare ad industriale (si vedano i casi di Valenza ed Arezzo).

Si delineava, così, un andamento binario delle nostre manifatture preziose, da un lato realizzate in serie, senza puntare ad un livello artistico d’eccellenza, dall’altro prodotte all’insegna dell’eccellenza.

In seguito, lo slancio acquisito dal settore della gioielleria negli anni ’20 del Novecento portò all’emanazione nel 1934 di disposizioni più severe, che, adeguando l’Italia agli altri Paesi europei, rendevano obbligatori il marchio del fabbricante iscritto in una losanga ed il marchio indicante il titolo dell’oro in millesimi (333, 500, 585, 750). Veniva stabilito, con l’occasione, anche il titolo di 950 millesimi per il platino. I gioielli di peso inferiore al grammo erano esentati dall’obbligo del marchio.

Ciò permise all’Italia, se non di competere alla pari, almeno di beneficiare dell’espansione verso mercati più vasti di quelli esclusivamente interni.

Tuttavia, tale situazione non durò a lungo, per colpa della politica autarchica del regime fascista che fece ripiegare su se stessa la produzione di preziosi (nello stesso tempo, però, l’incertezza politica spinse ad un aumento degli acquisti di gioielli con pietre preziose come beni d’investimento, facilmente riconvertibili in moneta, in caso di bisogno).

Il colpo di grazia alla gioielleria italiana venne inferto nel 1941, quando, per evitare speculazioni da parte di non meglio identificate “forze occulte”, fu proibita “la compravendita e in genere qualsiasi atto di alienazione del platino, dell’oro, dell’argento, delle perle e delle pietre preziose, nonché degli oggetti lavorati contenenti anche in parte dette materie”. Pare, comunque, che gli orafi, sebbene contrari a tale decreto, continuassero a nutrire “fiducia nel duce” (così proclamava un giornale). Fu ammessa solo la produzione di alcuni articoli preziosi che non potevano dar adito a sospetti di speculazione, come le fedi matrimoniali, le penne stilografiche, le montature per occhiali, le medaglie militari, le suppellettili ecclesiastiche, i materiali ad uso odontoiatrico, ecc.

Un quarto di secolo dopo sarebbe arrivata la disciplina  dei titoli e dei marchi di identificazione dei metalli preziosi, emanata il 30 Gennaio 1968, ma questa è già storia quasi dei nostri giorni.