Curiosità

Un'economia d'oro

  Oro   Sonia Sbolzani

Dal punto di vista economico, l’oro è definito “riserva di valore storicamente accettata, omogenea, frazionabile, liquida, non basata su un rapporto debito/credito diversamente dalle riserve di valore e monete cartacee”. Nello stesso tempo, l’oro è materia prima scarsa, risultato parziale di un processo di produzione di cui incorpora i costi, mezzo per produrre altre merci. Per tutti questi motivi, esso è rimasto strumento monetario, riserva di valore e mezzo di pagamento anche quando ha perso lo status di moneta legale.

Lo stock totale di oro nel mondo si suddivide essenzialmente in due componenti di dimensioni non distanti fra loro: 1) riserve ufficiali di banche centrali, governi, organismi internazionali e riserve in mani private; 2) metallo accumulato per la fabbricazione di manufatti, di cui la gioielleria rappresenta di gran lunga la quota principale.

La storia mineraria-industriale dell’oro inizia con gli anni 1850-60.

Il metallo giallo come moneta segue un percorso temporale in cui è possibile distinguere due fasi: fino agli anni ’30 del Novecento lo stock comprende anche monete auree coniate per la circolazione, mentre con gli anni ’40 la funzione di riserva di valore si limita alle riserve ufficiali, che crescono continuamente.

In termini reali sull’arco che va dal 1800 ai nostri giorni il prezzo dell’oro è decisamente aumentato fino a toccare i record degli ultimi anni, dimostrando la capacità di tale metallo di mantenere ed accrescere il proprio potere d’acquisto nel lungo periodo.

Si può dire che tutti i grandi economisti (dai preclassici ai classici, dai marginalisti ai keynesiani, a cui si aggiungono contemporanei di varie scuole) si sono occupati dell’oro. Fra di essi due meritano una speciale menzione: David Ricardo e John M. Keynes. Il primo si interessò del metallo giallo in un problema di grande complessità teorica: quello della misura invariabile del valore. Il secondo se ne occupò in una notevole varietà di contesti. L’ultimo grande dibattito sul ruolo monetario dell’oro (dibattito al quale parteciparono principalmente M. Gilbert, R. Harrod, J. Rueff, R. Triffin) ebbe luogo negli anni ’60, allorché sorse la questione se aumentarne il prezzo ufficiale e mantenere la convertibilità dollaro/oro o attuare il totale sganciamento dallo standard monetario e la demonetizzazione. La scelta cadde su quest’ultima opzione, dettata non tanto da unanimità della teoria economica, ma da decisioni politiche. 

Sotto il profilo della storia dei sistemi monetari, i due più prolungati esperimenti di gold standard sono quello inglese (1717-1914) e quello americano (1834-1914). In tali regimi, nel periodo lungo e nonostante i movimenti oscillatori nel breve, il potere d’acquisto dell’oro ed i prezzi delle merci sono rimasti pressoché stabili. Ma ciò è avvenuto a costo di pesanti tassi di deflazione (fu il sopra citato Keynes a definire il gold standard “barbara reliquia”). Dal 1971, con la cessazione di ogni convertibilità dollaro/oro, fissata con gli accordi di Bretton-Woods nel 1944 (a 35 dollari per oncia), il tema ha ben scarsa attualità pratica, anche se non mancano proposte per restituire all’oro un ruolo cardine nel sistema monetario internazionale. Ricordiamo, ad esempio, l’iniziativa presa nel 1979 dallo SME (Sistema Monetario Europeo) che pose a base parziale dello “scudo” (Ecu) un deposito aureo dei Paesi aderenti.

Nel corso della demonetizzazione dell’oro, il metallo ha sempre dato prova di una vitalità notevole. L’aumento dei prezzi, sia pure attraverso violente oscillazioni, ha confermato ancora una volta che l’inflazione e le sue aspettative, la diversificazione della liquidità di grandi detentori (specialmente i Paesi petroliferi medio-orientali), le crisi politico-militari, sostengono le domande precauzionali di investimento ed anche speculative. Queste ultime dal 1974 hanno trovato una colossale espressione nei mercati a termine degli Stati Uniti, dove in pochi anni il volume di metallo trattato sulla carta è risultato di gran lunga superiore a tutto l’oro mai estratto.

Oggi i mercati a termine rivestono un ruolo cruciale nel determinare i prezzi di breve periodo, sebbene nel tempo si registri un loro ridimensionamento. Nel medio-lungo periodo, però, a prevalere sono le relazioni di domanda e offerta relative al mercato fisico. Da un lato le domande precauzionali, di investimento, industriali e dall’altro le offerte dei due grandi produttori (Sudafrica e Russia) sono piuttosto stabili e determinate, quando non vi sono movimenti di rilievo negli stock accumulati (negli ultimi anni, tuttavia, il boom di Paesi come Cina ed India, che “assorbono” materie prime a ritmo incalzante, pone in campo nuove incognite). 

Il futuro dell’oro è, dunque, difficile da prevedere, per quanto la storia passata non lasci intravedere un rapido declino di questa “riserva di valore prodotta”.